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Home Collegio virtuale Riforma della giustizia: una discussione urgente
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Riforma della giustizia: una discussione urgente |
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Cari amici, lo scambio di lettere che potete leggere di seguito è il modo in cui Paolo Borgna e io abbiamo deciso di dare atto di uno scambio di opinioni che parte dalla questione della giustizia e di proporre l’apertura di una discussione pubblica. Anna Rossomando, che è membro della Commissione Giustizia della Camera dei deputati, ha fin dall’inizio garantito il suo apporto e un suo intervento contribuirà nei prossimi giorni all’avvio del dibattito.
Come è evidente il tema della giustizia è essenziale in se per la
qualità del sistema paese e per la quotidiana vita dei cittadini, e al
tempo stesso parte cruciale della riflessione sul futuro della
democrazia italiana.
La modalità con la quale promuoviamo e pensiamo di condurre questo
dibattito è la circolazione via e-mail e la pubblicazione su tutti i
siti che vorranno ospitarli delle vostre opinioni e dei vostri
commenti, sia che siate operatori e specialisti di questa materia,
rappresentanti istituzionali o semplici cittadini interessati alla
questione.
A disposizione della discussione sarà messa nei prossimi giorni una
documentazione sull’argomento, anche attraverso link con i siti
specialistici.
Questo confronto – che immaginiamo possa durare all’incirca un mese –
avrà una prima conclusione pubblica in una discussione da organizzare a
Torino nel corso del mese di novembre con la partecipazione più ampia
plurale e qualificata.
Per quanto riguarda me, e gli altri parlamentari che insieme a Anna
vorranno impegnarsi in questo lavoro, questo è un modo – dopo il
dibattito sul tema sicurezza/immigrazione dei mesi scorsi – di tenere
acceso un rapporto tra eletti e elettori e per contribuire, nella
misura del possibile, alla formazione di una opinione pubblica attiva,
che considero la forma principale possibile di una moderna
partecipazione politica.
Un carissimo saluto. Pietro Marcenaro
Torino, 6 ottobre 2008
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penso che l’intervento nella discussione del sen. Ghigo sia importante soprattutto per la consapevolezza di fondo che lo ispira, al di là della puntigliosa riaffermazione di punti di vista di “un’opinione politicamente orientata e quindi pienamente discutibile”. Vale a dire, l’idea che una riflessione sulla giustizia che “vada oltre la semplice conservazione dell’esistente” e capace di sostenere e dare forza ad una riforma non condizionata dalle contingenze politiche del momento ha bisogno di tante voci. In primo luogo, la voce della politica, interprete del principio di sovranità popolare. Ma anche la voce dei “tecnici”, degli operatori del settore, a cominciare da avvocati e magistrati. Sono d’accordo che sarebbe sbagliato pensare che di sanità o giustizia debbano occuparsi solo medici o magistrati. Così come sarebbe sciocco pensare che si possa fare una riforma della sanità o della giustizia senza ascoltare la voce dei medici o degli avvocati e dei magistrati. Scusate se ribadisco quel che può apparire un’ovvietà. Ma lo faccio perché a volte sembra che, forse per reazione a passati eccessivi protagonismi mediatici, oggi si sia portati a pensare che il riserbo che giustamente si pretende dai magistrati nel loro lavoro debba estendersi anche al dibattito delle idee sulla politica giudiziaria. E’ anche per contrastare una simile concezione, miope e retriva, che ho accettato la proposta di Pietro Marcenaro di rendere pubblico il nostro scambio di pareri. Mi fa piacere oggi constatare che anche Enzo Ghigo, inserendosi nella discussione, dimostri di condividere questa impostazione.
Venendo alle cose scritte dal sen. Ghigo, vorrei dire che purtroppo so molto bene che la sensazione che lui riferisce, facendola propria – e cioè che le indagini di “Mani pulite” furono mosse da un “intento politico”, che mirava alla “eliminazione di una precisa classe politica” – è opinione ampiamente diffusa. La considero una convinzione radicalmente sbagliata. Una sorta di “leggenda metropolitana” che ha molte paternità (non tutte volontarie), su cui ciascuno di noi ha le sue legittime opinioni e su cui sarebbe molto bello fare, un giorno, una discussione aperta e non ostile. Ma forse, per oggi, è meglio lasciare questa discussione agli storici o magari, semplicemente, ad un altro momento di riflessione.
Oggi mi preme, invece, parlare del futuro. Di come, al di là delle nostre divergenze sul passato, si possa pensare ad una giustizia più efficiente, meno lenta e per questo più autorevole, indipendente ma non separata dalla comunità civile.
Nel merito dei temi che il sen. Ghigo affronta faccio due osservazioni. La prima sulla questione della separazione delle carriere. Sul punto dovrei in realtà astenermi essendo stato, sempre nella stessa regione, dapprima avvocato, poi pubblico ministero, poi giudice ed infine di nuovo pubblico ministero! Stante questo percorso, è inutile che dica come la penso. Ma faccio solo una domanda. Davvero, oggi, dopo la separazione delle funzioni introdotta da Mastella, la separazione ancor più netta delle carriere è tema prioritario? Vorrei chiederlo agli amici avvocati. Oggi, il pubblico ministero che vuol fare il giudice deve cambiare distretto (sostanzialmente: regione). E così è per il giudice che intenda mettersi a fare il p.m. E allora: davvero pensate che questione fondamentale per risolvere i problemi della giustizia sia quella di impedire che un Paolo Borgna qualunque, fra due o tre anni, possa andare a fare il giudice a Savona o a Lecco? Non c’è, forse, in questo insistere sul tema della separazione anche delle carriere, un approccio ideologico, che tutti invece vorremmo evitare?
Mi appassiona invece molto di più un altro dei punti toccati da Enzo Ghigo: la questione di cosa significhi oggi, nella pratica, il principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale. Più in generale, come responsabilizzare le scelte obiettivamente di politica giudiziaria fatte dalle Procure. Che non significa soltanto, semplicemente e banalmente, mandare avanti un fascicolo anziché un altro; ma anche quali risorse investire nel contrastare un fenomeno criminale piuttosto che un altro, quali gruppi di lavoro costituire, quali mezzi investigativi mettere in campo, e così via. Il sen. Ghigo ripropone l’idea che le scelte di priorità vengano indicate dal governo. E’ la ricetta tradizionale, di stampo napoleonico, ampiamente sperimentata in molti Paesi dell’Europa continentale. Sono stati scritti fiumi di inchiostro sulle controindicazioni che questo sistema avrebbe in Italia (nell’Italia del qui ed oggi). E sappiamo che, su questa linea, non arriveremo mai ad una riforma condivisa. Ma allora, partendo dal presupposto comune che è giusto stabilire una qualche forma di responsabilizzazione, non è forse meglio cercare dei momenti di discussione delle priorità a base locale? Siamo d’accordo che le priorità nella repressione dei reati di Cuneo non sono necessariamente quelle di Messina? E allora perché voler affermare delle priorità accentrate a livello di esecutivo nazionale? Nel libro Il giudice e i suoli limiti Marcello Maddalena proponeva che le scelte di priorità venissero discusse in ambito regionale, ad esempio con una discussione pubblica proprio di fronte al Consiglio regionale. Oppure – dico io – ciò potrebbe essere fatto, a livello distrettuale, nei consigli giudiziari in cui far entrare (oltre agli avvocati che già la riforma Mastella ha introdotto) uno o due rappresentanti della Regione. Penso che la magistratura associata abbia sbagliato ad opporsi a questa presenza, che era invece prevista in uno dei disegni di legge di riforma dell’ordinamento giudiziario. Perché non torniamo a riprendere quell’idea e a discuterla insieme? Le priorità stabilite a livello regionale non sarebbero forse una forma assai concreta di “federalismo” su cui anche i più strenui difensori dell’unità nazionale potrebbero trovarsi d’accordo? E non sarebbe un modo di “responsabilizzare” i magistrati delle Procure, senza suscitare il sospetto di volerli “normalizzare” assoggettandoli alle maggioranza politiche nazionali del momento?
Ultima osservazione: sono assolutamente d’accordo che i magistrati che hanno veramente a cuore la loro indipendenza debbano non solo accettare ma anzi auspicare “metodi di misurazione dell’efficacia ed efficienza della loro azione”, così come della loro laboriosità e professionalità. Ho più volte scritto – e mi piace ripeterlo qui – che la riforma dell’ordinamento giudiziario sia una riforma mutilata, quando prevede la presenza degli avvocati nei consigli giudiziari escludendoli però dalle votazioni sulla valutazione della professionalità dei magistrati. E’un’opinione assolutamente personale, che so essere non condivisa dalla stragrande maggioranza dei magistrati. Non è stato così in passato: quando la famigerata “sinistra giudiziaria” avanzava proposte di questo tipo, venendo ferocemente contrastata dai conservatori dell’epoca. Ma se vogliamo rompere il clima da “cittadella assediata” di cui abbiamo parlato è forse necessario ritornare a quelle antiche proposte e saperle misurare con i problemi dell’oggi.
E’ ovvio che tutti questi temi non toccano il problema della lentezza della giustizia. Per superare la quale è necessaria quella rivisitazione delle procedure di cui parlavo nel mio primo intervento. Ma se avvocati e magistrati sapranno creare un clima propositivo nel dibattito sulle riforme ordinamentali, anche la discussione sulla riforma dei riti del processo potrà giovarsene. L’importante è partire col piede giusto. E penso che il tono della nostra discussone sia una buona partenza. Ciao a tutti.