Ricordo di Vittorio Foa di Pietro Marcenaro. Intervento pronunciato ai funerali mercoledì 22 ottobre 2008 1. C'è stato un tempo nel quale i comizi erano ascoltati. Parliamo di un'altra epoca. I leaders politici li preparavano con cura e i ragazzi come me li andavano a sentire tutti, quelli dei partiti più vicini e quelli degli avversari, per conoscere e imparare, anche così, qualcosa di più.
Era il giugno 1965 e a Genova c'erano le elezioni amministrative, alle
quali il PSIUP partecipava per la prima volta dopo la sua costituzione.
In Piazza Verdi, davanti alla stazione, parlava Vittorio Foa.
Era una giornata calda, di sole ormai estivo. Non ho mai dimenticato
quella figura in canottiera bianca e bretelle rosse che parlava in modo
chiaro e stando all'essenziale, per non più di mezz'ora.
Il pubblico era ammirato, ma anche un po' insoddisfatto e alla fine sembrava dire : ancora.
E' il primo ricordo personale che ho di Vittorio.
2. Non si può capire né conoscere Vittorio senza Torino e senza la Valle d'Aosta e le montagne che di quella Torino sono parte.
Anche l'esperienza del carcere - a Regina Coeli o a Civitavecchia -
se si leggono le sue lettere sembra in realtà svolgersi a Torino.
La formazione e gli studi, la cospirazione, la resistenza e poi
l'impegno sui grandi temi della condizione operaia come condizione
umana e del rinnovamento del sindacato e della costruzione dell'unità,
hanno Torino come scenario.
Ma negli ultimi quindici anni Torino ha invaso anche Formia : per
quanto tempo ai primi di novembre si è svolto quel curioso trasporto
dal nord al sud di cardi e tapinabò per preparare nella cucina di
piazza dell'Olmo colossali bagna caude?
E poi quel bisogno fisico e intellettuale della montagne, un bisogno di
respirarne l'atmosfera anche quando i suoi occhi gli rendevano molto
difficile vederle e il viaggio da Formia, prima a Cogne e poi a
Morgez, diventava ogni anno più faticoso.
Torino e le montagne non erano solo un luogo reale di incontri, di
amicizie, di affetti : erano anche il ricorrente ritorno alla sua
giovinezza, un rinnovamento della memoria e con essa la ricostruzione
di una energia intellettuale e umana.
3. Prendete due fotografie. La prima ritrae, dall'alto di un aereo, un vasto panorama.
La seconda dentro lo stesso paesaggio fotografa in primo piano un fiore.
Chi mai penserebbe di stabilire tra esse una gerarchia e sostenere che
nella prima c'è più conoscenza che nella seconda e non riconoscere
semplicemente due conoscenze diverse?
Così tra la memoria di un vecchio e quella di un giovane non c'è una
relazione gerarchica tra il più e il meno, ma il confronto tra due
memorie diverse.
Molti hanno ricordato lo straordinario rapporto di Vittorio con i
giovani : alla base penso ci sia questo riconoscimento che è quello che
rende possibile una comunicazione tra eguali. Non credo di esagerare
parlando di una diversa epistemologia.
Vittorio era al centro di una rete di relazioni vastissima e
nell'ascolto, nella reciprocità che distingue la comunicazione dalla
propaganda, non perdeva ma acquistava autorevolezza. La sua curiosità
era in primo luogo per le persone e fino quasi agli ultimi giorni non
solo ha rivisto vecchi amici ma ha risposto positivamente alla
possibilità di nuovi incontri.
4. Si è spesso parlato dell'ottimismo di Vittorio contrapponendolo, ad
esempio, al supposto pessimismo di un suo grande caro amico come
Norberto Bobbio.
A me, in questi anni è sembrato di vedere una cosa molto diversa : una
profonda fiducia nelle persone e nella loro irriducibile libertà.
Nulla era più lontano dalla cultura di Vittorio della rappresentazione
dei meccanismi sociali come meccanismi dispotici che annichiliscono
l'uomo e la sua possibilità di scelta. Che si trattasse del lavoro
vincolato alla catena di montaggio o del condizionamento dei sistemi
dell'informazione Vittorio ha sempre pensato che, alla fine, ci fosse
uno spazio incomprimibile di autonomia delle persone.
Alla libertà si può solo rinunciare e anche in carcere -
paradossalmente ma non troppo - si può vivere come la persona più
libera del mondo. La libertà e l'autonomia sono state il centro del suo
pensiero politico e sociale, della sua visione della democrazia. Su
questo c'è stata una straordinaria sintonia con un uomo come Bruno
Trentin.
5. Ieri e oggi molti si sono stupiti di un tributo così ampio e corale
a Vittorio e alla sua figura. Io non credo che si tratti di un omaggio
rituale o ipocrita.
Forse c' è un bisogno profondo che unisce in uno stesso sentimento parti diverse e che si esprime in occasioni come queste.
Un bisogno di serietà, di coerenza e di onestà . Un bisogno di punti di riferimento morali. Un bisogno di esempi.
In Vittorio - che da molto tempo ci ripete che bisogna prima chiedersi
cosa è giusto e cosa sbagliato e non cosa è di destra e cosa di
sinistra - molti hanno trovato questo esempio.
Mi chiedo perché questo bisogno emerga solo in così particolari
circostanze e non possa invece vivere, come Vittorio sperava, come
tratto quotidiano della nostra democrazia.
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ho ascoltato il tuo intervento su Nessuno Tv. Si vedeva anche nelle tue espressioni la forza che Foa ti ha lasciato e la malinconia del ricordo di un galatuomo della democrazia. Mi ritorna in mente l'episodio che ci hai raccontato questa estate. Foa al capezzale di Fernando Santi. Grandi personaggi di questo paese, spesso troppo dimenticati dalla stampa e dalla politica, ma fondamentali per quello che hanno dato per il riscatto dei lavoratori. Avremmo ancora bisogno di uomini così. Soprattutto in questo momento in cui ogni giorno il sindacato è preso di mira.
Ciao.
Gianpaolo