mercoledì 08 settembre 2010

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Visita a Maria, all’Istituto Penale Minorile di Nisida (Napoli) PDF Stampa E-mail
lunedì 21 dicembre 2009
Pochi giorni prima di Natale (Domenica 20 dicembre) i senatori PD Annamaria Carloni e Pietro Marcenaro (in compagnia di Enzo Somma della Comunità di Sant’Egidio di Napoli) si sono recati all’Istituto Penale Minorile di Nisida (Napoli) per incontrare Maria, la giovane ragazza rom rinchiusa da più di un anno nel carcere femminile minorile di Nisida perché accusata del tentato rapimento di una neonata nel quartiere di Ponticelli alla periferia di Napoli. Prima dell’incontro il direttore del carcere Gianluca Guida, l'avvocato della ragazza Christian Valle e un’educatrice del carcere hanno fatto il punto sul caso: Maria (conosciuta anche come Angelica), è una ragazza rom rumena di diciassette anni, accusata di aver tentato di rapire una neonata a Ponticelli nel maggio del 2008 (fatto che scatenò la distruzione dei campi rom da parte degli abitanti del quartiere) e condannata in primo grado ed in appello a tre anni e otto mesi di reclusione senza concessione di attenuanti a causa di un precedente per furto. Poco tempo prima la ragazza era stata fermata con un paio di orecchini probabilmente rubati e affidata ad una casa famiglia dalla quale fugge dopo qualche giorno. Questo elemento, utilizzato per aggravare la posizione della ragazza all'epoca del dibattimento non era passato in giudicato. Inoltre alla ragazza non è riconosciuta la condizione di minore in paese straniero e, anche se al momento del processo Maria non parlava italiano, non le vengono tradotti gli atti in lingua romena e non viene tenuto conto che l’accusatrice (la madre della neonata, unica testimone del fatto) ha precedenti giudiziari per falso ideologico. Secondo la ricostruzione degli inquirenti la ragazza si sarebbe introdotta nell’appartamento afferrato la bambina e tentato la fuga.
La richiesta di misure alternative al carcere presentata dagli avvocati (come gli arresti domiciliari), viene respinta dal tribunale dei minori di Napoli con la motivazione che la ragazza è Rom e in quanto tale inserita negli schemi tipici della cultura rom e quindi “in concreto pericolo di recidiva”. Conclusioni rafforzate da un rapporto a cura dei mediatori culturali del carcere in cui oltre a raccontare i progressi fatti dalla ragazza (come l’aver imparato in breve tempo l’Italiano e frequentando la scuola elementare a leggere e scrivere o la maniera diligente e responsabile con cui porta avanti i lavori che le vengono affidati all’interno dell’istituto) si sottolineava l'inserimento della ragazza nella sua cultura. L’educatrice ha insistito sul fatto che nel rapporto l’appartenenza della ragazza alla sua cultura di origine era intesa positivamente e che non si voleva affermare il nesso tra appartenenza etnica e la possibilità di commettere reati; come interpretato da giudici del tribunale minorile di Napoli. Quale che siano state le intenzioni resta il fatto che il rapporto ha portato i giudici ad affermare che l’appartenenza all’etnia rom non può che portare alla delinquenza con pericolo di recidiva.
Questa sentenza pone problemi così gravi e indirizzi così inaccettabili che i difensori di Maria stanno valutando la possibilità di un ricorso alla corte Europea dei Diritti dell'Uomo.
Questo è quasi certamente il primo caso nella storia della Repubblica italiana in cui una rom viene riconosciuta colpevole di rapimento di un bambino. Diverse ricerche in merito (vedi per esempio Reuters) dimostrano che non esiste una casistica di rapimenti di bambini da parte di Rom.
Nonostante i tanti lati oscuri in questa vicenda (pare non sia neanche certo dove si trovasse la ragazza quando è stata sorpresa, forse sul ballatoio in attesa di entrare nell’appartamento) anche la successiva sentenza d'appello conferma quella di primo grado. La ragazza è ora in attesa di quella della cassazione, anche per ciò che concerne le misure alternative.
Maria ha una bambina di tre anni che al momento si trova in Romania con la madre di lei. E proprio per il suo essere madre la ragazza sostiene che, pur assumendosi tutte le sue responsabilità, non potrebbe mai rapire un bambino, perché se capitasse a lei morirebbe di dolore.
Dopo l’arrivo al carcere di Nisida Maria è riuscita a contattare la famiglia con la quale riusciva a parlare quasi ogni settimana. Al momento dell’incontro era diverso tempo che non riusciva a parlare con la famiglia ma aveva invece ricevuto una telefonata dal suo fidanzato e di questo era molto felice.


ISTITUTO PENALE MINORILE DI NISIDA
Il carcere minorile di Nisida si trova su uno scoglio in mezzo al mare immerso nel verde. Quando si percorre la strada in salita che conduce all’istituto non si ha l’impressione di trovarsi ai piedi di un penitenziario. L’istituto nel suo complesso accoglie circa una cinquantina di ragazzi. Mentre le minorenni detenute nella sezione femminile sono tutte rom e molte in attesa di processo, tra i maschi vi sono molti italiani provenienti da aree difficili del napoletano come per esempio Secondigliano. Nisida è una della 19 prigioni per minori in Italia, una struttura piccola ma dove è obbligatorio studiare, e anche se dopo la scuola e le attività si torna tra le sbarre della cella, molti ragazzi, come Maria, hanno imparato a leggere e scrivere.

Scarica la relazione (pdf)
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